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Stop al vino green senza certificazioni: l’UE esamina anche i naturali

Claire Roux
Claire Roux
Settembre 26, 2026 5 min
Bottiglie poste verticalmente sul tavolo accanto a documenti

Basta scrivere “sostenibile” su un’etichetta e sperare che il consumatore ci creda. L’Unione Europea ha deciso di mettere ordine in un settore dove le parole contano più dei fatti (dopo aver già introdotto il nuovo regolamento UE per i viticoltori su vendemmia verde e distillazione di crisi), e il vino, uno dei prodotti più esposti a promesse verdi mai verificate, finisce dritto nel mirino di Bruxelles.

La novità principale è semplice da capire: senza una certificazione riconosciuta, i claim ambientali generici (bio, green, sostenibile, naturale) rischiano di essere considerati pratiche ingannevoli. E non si tratta solo delle grandi cantine industriali. Anche i vini naturali, quelli che si presentano come i più “puri” e autentici del mercato, vengono ora osservati con la stessa attenzione, proprio perché mancano di una definizione ufficiale condivisa a livello europeo.

Greenwashing nel vino: perché l’UE dice stop ai claim generici

Il problema nasce da un uso disinvolto del linguaggio. Per anni, in etichetta o nelle comunicazioni di marketing, sono comparse espressioni come “vino ecosostenibile” o “prodotto rispettoso dell’ambiente” senza alcun riscontro documentabile. Chi acquista non ha modo di verificare se dietro quella parola ci sia un percorso reale o solo un’operazione di immagine.

Le nuove direttive europee nascono per colmare questo vuoto. L’obiettivo è chiaro: ogni claim ambientale deve poggiare su dati verificabili, altrimenti va rimosso o sostituito con un’informazione certificata. Il settore vitivinicolo, che negli ultimi anni ha investito molto sulla narrazione green per intercettare un consumatore sempre più attento, si trova ora a dover dimostrare quanto affermato.

I numeri del fenomeno: il 53% dei claim è ingannevole

I dati raccolti dalle autorità europee parlano chiaro: il 53% dei claim ambientali analizzati nel comparto vino risulta ingannevole o comunque non supportato da prove sufficienti. Più della metà delle affermazioni che il consumatore legge in etichetta, quindi, non regge a un controllo rigoroso.

Non si parla necessariamente di frode intenzionale. Spesso è il risultato di un uso approssimativo del linguaggio, di una comunicazione costruita più per vendere che per informare. Ma il risultato pratico è lo stesso: chi sceglie un vino pensando di premiare pratiche sostenibili, in metà dei casi si affida a una promessa senza fondamento.

Le nuove direttive europee contro le pratiche ingannevoli

Le direttive europee in materia di green claims impongono ai produttori di fornire prove concrete prima di utilizzare termini ambientali in etichetta o nella pubblicità. Non basta più dichiarare una buona intenzione: serve un percorso tracciabile, verificabile da terzi indipendenti.

Per il mercato del vino questo significa una revisione profonda delle strategie di comunicazione. Le cantine che finora si sono limitate a claim generici dovranno scegliere tra due strade: ottenere una certificazione riconosciuta oppure abbandonare quel tipo di linguaggio. Il “fai da te” in materia di sostenibilità, cioè l’autodichiarazione senza controlli esterni, non sarà più accettabile secondo le nuove regole.

Certificazioni riconosciute: la risposta al “fai da te”

Etichette biologiche su prodotti alimentari vari

Di fronte a un mercato saturo di promesse vaghe, le certificazioni diventano lo strumento principale per distinguere chi opera davvero in modo responsabile da chi si limita a una comunicazione ad effetto. Il biologico resta il riferimento più conosciuto dal consumatore, ma non copre da solo tutti gli aspetti della sostenibilità: gestione dell’acqua, impatto sociale, packaging, filiera.

Per questo motivo stanno crescendo standard più articolati, pensati specificamente per il settore vitivinicolo, capaci di certificare non solo il metodo di coltivazione ma l’intero ciclo produttivo.

Equalitas e il modello italiano di certificazione

In Italia, Equalitas rappresenta oggi il modello più strutturato di certificazione della sostenibilità nel vino. Copre tre ambiti, ambientale, sociale ed economico, e prevede controlli periodici da parte di enti terzi. Non è un logo decorativo: è un percorso che impone standard misurabili e verificabili nel tempo.

Le cantine che ottengono questo tipo di riconoscimento possono comunicare la propria sostenibilità con maggiore sicurezza, perché il claim non poggia più su una dichiarazione spontanea ma su un audit documentato. In prospettiva, è proprio questo il modello che l’Unione Europea sembra voler estendere a tutto il mercato.

Vini naturali sotto esame: perché anche loro sono coinvolti

Qui arriva l’aspetto che sorprende di più. I vini naturali godono di un’immagine spontanea, artigianale, lontana dall’industria. Ma è proprio l’assenza di una definizione ufficiale condivisa a metterli in difficoltà davanti alle nuove regole: chiunque può definire “naturale” un vino senza che esista un disciplinare comune a livello europeo.

Realtà come VinNatur, associazione che riunisce produttori di vini naturali, hanno più volte sottolineato come una definizione chiara aiuterebbe proprio i produttori seri, distinguendoli da chi usa l’etichetta “naturale” solo come leva di marketing. Senza regole condivise, anche i vini biodinamici e naturali rischiano di finire nella stessa categoria dei claim generici non verificabili, con conseguenze reputazionali per un intero comparto che di autenticità ha fatto la sua bandiera.

Vino naturale: un’etichetta senza regole scritte

A differenza del biologico o del biodinamico certificato, il termine “vino naturale” non ha una normativa europea dedicata. Questo vuoto normativo è proprio ciò che le nuove direttive vogliono colmare, imponendo trasparenza anche dove finora regnava l’autoregolamentazione.

Trasparenza e responsabilità: cosa cambia nel settore

Bottiglie di vino con etichette verificate sugli scaffali

Le conseguenze pratiche riguardano l’intera filiera. La grande distribuzione organizzata, che negli scaffali ospita migliaia di referenze, dovrà prestare maggiore attenzione alle etichette accettate, evitando di veicolare claim che non reggono un controllo. Anche il mercato dell’export ne risentirà (come mostrano già le dinamiche dell’export di vino nel mondo), perché i paesi che importano vino italiano ed europeo applicheranno gli stessi standard di verifica.

Per i produttori, la parola chiave diventa responsabilità. Comunicare la sostenibilità richiederà documentazione, audit, certificazioni riconosciute, non più semplici affermazioni in etichetta. Per il consumatore, invece, il beneficio è diretto: maggiore trasparenza significa poter scegliere con più consapevolezza, sapendo che dietro un claim ambientale c’è davvero un percorso verificato e non solo una strategia di comunicazione.

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Claire Roux
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Claire Roux

Cuoca di pratica e buon senso
Vive la cucina come pratica del quotidiano e rifiuta le mode effimere. Racconta ricette costruite su principi solidi, ingredienti scelti con consapevolezza, e l'idea di una casa che invecchia bene. Sperimenta metodi tradizionali, ascolta i tempi lunghi, crede nel buon senso prima di tutto.
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