Una vetrina di dolci siciliani che profuma di cassata e cannolo da oltre settant’anni rischia di sparire da Roma. La pasticceria Dagnino, incastonata nella galleria commerciale di Palazzo Esedra, è finita al centro di una vicenda di sfratto che sta mobilitando clienti, associazioni e istituzioni. Il paradosso è evidente: proprio perché diventata un punto di riferimento identitario per il quartiere e per la città, la sua uscita di scena viene vissuta come una perdita collettiva.
La risposta diretta alla domanda che molti si pongono è questa: il rischio di chiusura nasce dalla scadenza del contratto di affitto e dalla mancata volontà del proprietario dell’immobile di rinnovarlo alle stesse condizioni. Non ci sono debiti, non ci sono violazioni commerciali. C’è semplicemente un contratto che è arrivato alla sua naturale fine e una proprietà che ha altri piani per gli spazi di Palazzo Esedra, situati in una delle zone più centrali e appetibili di Roma.
Il caso della pasticceria Dagnino: un’icona romana sotto sfratto
Aperta nel secondo dopoguerra, la pasticceria Dagnino ha portato nella capitale le specialità siciliane in un momento in cui pochi le conoscevano fuori dall’isola. Cassate, cannoli, granite e paste di mandorla hanno reso il locale una tappa fissa per residenti e turisti, tanto da guadagnarsi lo status informale di bottega storica della città. Non è un caso isolato: Roma ha già vissuto situazioni simili, come quella dello storico Antico Caffè Greco, segno di una pressione immobiliare che colpisce sistematicamente le attività con più storia e più clientela (un fenomeno che ricorda quanto sta accadendo in Francia, dove chiudono 25 ristoranti ogni giorno).
Il paradosso è proprio questo: più un’attività diventa popolare e genera flussi di visitatori, più il valore commerciale dello spazio che occupa sale, attirando interessi che nulla hanno a che fare con la tradizione gastronomica. La stessa notorietà che ha reso Dagnino un simbolo del mercato locale è oggi uno dei fattori che ne mette a rischio la sopravvivenza.
Le ragioni dello sfratto: scadenza del contratto e cessione dell’immobile
Al centro della vicenda c’è un contratto di affitto ormai scaduto, legato a una gestione dell’immobile che nel tempo è cambiata. Palazzo Esedra ha visto passaggi di proprietà e, con essi, nuove valutazioni sull’uso degli spazi commerciali. La vendita dell’immobile o comunque la ridefinizione degli assetti proprietari ha portato la nuova proprietà a non voler rinnovare l’accordo con la pasticceria alle condizioni precedenti.
Si tratta di uno schema che si ripete spesso nei centri storici delle grandi città, un po’ come nel caso dei pub britannici in via d’estinzione per i costi troppo alti: attività commerciali storiche che pagano canoni calmierati da anni si trovano improvvisamente davanti a richieste di rinegoziazione al rialzo, oppure a una scelta netta del proprietario di destinare gli spazi ad altro. Per Dagnino questo significa, nella pratica, l’avvio delle procedure di sfratto e la concreta possibilità di dover lasciare la sede storica.
La mobilitazione popolare: petizione e migliaia di firme

La notizia dello sfratto ha innescato una reazione rapida da parte della clientela storica e dei residenti del quartiere. Una petizione lanciata su Change.org ha raccolto in poco tempo migliaia di firme, a testimonianza di quanto la pasticceria sia percepita come parte del patrimonio identitario della città, non solo come un’attività commerciale tra tante.
La mobilitazione cittadina non si è fermata alla raccolta firme online. Sui social e nei quartieri circostanti sono nati appelli, articoli e testimonianze di clienti che raccontano decenni di colazioni, feste e ricorrenze celebrate proprio davanti al bancone di Dagnino. Questo tipo di partecipazione dal basso, per quanto non abbia potere legale diretto sull’esito dello sfratto, esercita comunque una pressione simbolica importante su proprietà e istituzioni.
L’appello di Italia Nostra al Ministro Giuli
Sul fronte istituzionale, l’associazione Italia Nostra è intervenuta con un appello formale rivolto al ministro della Cultura Giuli, chiedendo un intervento per tutelare la pasticceria come esempio di eccellenza artigianale e gastronomica da salvaguardare. La richiesta punta a valorizzare il valore culturale dell’attività, al pari di altre botteghe storiche già riconosciute e protette in diverse città italiane.
L’obiettivo dell’appello è duplice: da un lato sollecitare strumenti di tutela già previsti per le attività di interesse storico e culturale, dall’altro accendere un riflettore politico su un fenomeno che rischia di ripetersi altrove. La salvaguardia di questo tipo di realtà, secondo Italia Nostra, non può essere lasciata esclusivamente alle logiche del mercato immobiliare.
Cosa significa “bottega storica” in Italia
Non esiste ancora un albo nazionale unico e vincolante: molte città hanno registri comunali di botteghe storiche che offrono tutele limitate, spesso solo simboliche, e non impediscono automaticamente uno sfratto legato alla scadenza di un contratto privato.
Possibili soluzioni per salvare l’attività storica

Gli scenari sul tavolo sono essenzialmente tre. Il primo è una trattativa diretta tra proprietà e gestori della pasticceria per un nuovo contratto di affitto sostenibile, magari con tempi più lunghi che diano garanzie a entrambe le parti. Il secondo è una rilocalizzazione in uno spazio vicino, che permetterebbe di conservare l’attività pur perdendo la sede storica di Palazzo Esedra, con tutto il valore simbolico che questo comporta.
Il terzo scenario, quello temuto da clienti e associazioni, è la chiusura definitiva qualora non si trovi un accordo né un’alternativa praticabile. La pressione della petizione, l’appello di Italia Nostra e l’attenzione mediatica intorno al caso potrebbero comunque spingere verso una soluzione intermedia, magari con il coinvolgimento di enti locali interessati a preservare un pezzo di storia del commercio romano. Nel frattempo, la pasticceria continua a lavorare normalmente, mentre la vicenda giudiziaria e amministrativa segue il suo corso.





