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Perché 120 chef eliminano il salmone dai menu e cosa scelgono al suo posto

Claire Roux
Claire Roux
Settembre 30, 2026 6 min
Filetto salmone rosa accanto menu carta barrato

Il salmone è ovunque: nel poke, nel sushi, nell’antipasto di Natale, nel menu del bar sotto l’ufficio. Eppure in molte cucine professionali qualcosa sta cambiando. Si parla di 120 chef che hanno tolto il salmone dalla loro lista, e le ragioni non riguardano solo il gusto.

Perché i chef stanno eliminando il salmone dai menu

La risposta breve è che il problema non è il pesce in sé, ma il modo in cui viene prodotto. Il salmone d’allevamento che finisce nella maggior parte dei ristoranti arriva da allevamenti intensivi, soprattutto in Norvegia e in Scozia, dove migliaia di esemplari vivono stipati in gabbie in mare aperto.

Da questo modello nascono quattro obiezioni che tornano in quasi tutte le testimonianze di cuochi e ristoratori. La prima è l’inquinamento generato dalle gabbie. La seconda è l’uso di pesticidi e altri trattamenti chimici contro i parassiti. La terza è la qualità del prodotto, con carni grasse e colorate artificialmente. La quarta è un’etichettatura spesso troppo rassicurante, che sfiora il greenwashing.

Il paradosso del pesce “sano” che sano non sempre è

Il salmone resta una fonte di omega-3 e proteine, e i controlli europei fissano limiti precisi per i contaminanti. La scelta degli chef riguarda soprattutto l’origine e il metodo di allevamento, non un divieto assoluto per chi lo mangia ogni tanto.

La verità sugli allevamenti intensivi di salmone

La Norvegia, già nota anche per il pesce norvegese simbolo di Messina, è il primo produttore mondiale di salmone atlantico, con oltre un milione di tonnellate l’anno. La Scozia segue a distanza ma resta un grande esportatore verso l’Europa, Italia compresa. Numeri così alti si ottengono con densità elevate, mangimi concentrati e cicli di crescita accelerati.

Il salmone è un predatore, quindi il suo mangime contiene farine e oli ricavati da altri pesci, oltre a proteine vegetali come la soia. Per produrre un chilo di salmone servono più di un chilo di mangime, e una parte della materia prima arriva da stock ittici già sotto pressione. È un paradosso evidente: per sfamare un pesce si pesca altro pesce.

Inquinamento e sostanze tossiche negli allevamenti

Le gabbie sono aperte all’acqua circostante. Feci e mangime non consumato si depositano sul fondale e alterano l’ecosistema locale, con un arricchimento eccessivo di nutrienti che può favorire alghe e zone povere di ossigeno. Un impatto ambientale concentrato in fiordi e lochs che sono anche aree di pesca e di pregio paesaggistico.

Poi ci sono le fughe. I salmoni che scappano dalle reti possono incrociarsi con le popolazioni selvatiche e indebolirne il patrimonio genetico, oltre a trasmettere parassiti. Sul fronte delle sostanze tossiche, il grasso del pesce d’allevamento può accumulare PCB e diossine, che nella maggior parte dei casi restano entro i limiti di legge. Gli specialisti raccomandano comunque di variare le fonti di pesce, soprattutto per bambini e donne in gravidanza.

Pesticidi e prodotti chimici: un cocktail pericoloso

Il nemico numero uno degli allevatori è il pidocchio di mare, un parassita che prospera dove i pesci sono così vicini. Per contrastarlo si usano bagni con pesticidi e altri composti come emamectina benzoato, deltametrina e perossido di idrogeno. Questi residui finiscono in acqua e possono danneggiare crostacei e altri organismi marini, mentre i parassiti sviluppano resistenze.

Quanto agli antibiotici, il quadro cambia molto da paese a paese. La Norvegia ne usa quantità molto ridotte grazie ai vaccini, mentre in altri grandi produttori l’impiego resta più elevato. In Scozia, invece, le mortalità nelle gabbie hanno raggiunto negli ultimi anni livelli a doppia cifra in alcune stagioni, un dato che pesa molto sul giudizio dei cuochi.

C’è infine il colore. Il rosa vivo della carne non è naturale: nel pesce selvatico deriva dai crostacei di cui si nutre, mentre in allevamento viene ottenuto aggiungendo coloranti al mangime, in genere astaxantina di sintesi. Non è pericolosa, ma per un cuoco che cerca un ingrediente autentico è un segnale che dice molto.

Il greenwashing del salmone “sostenibile”

Gabbie fitte di allevamento con pesce rosso e montagne

Molte confezioni e molti menu parlano di salmone “responsabile”, “naturale” o “di qualità premium”. Sono parole che non hanno un valore giuridico preciso, un meccanismo simile a quello denunciato per il vino green senza certificazioni verificate, e che offrono più rassicurazione che informazione. Le denunce di greenwashing riguardano soprattutto il salmone scozzese, presentato con immagini di paesaggi incontaminati che poco hanno a che vedere con le gabbie intensive.

Le certificazioni come ASC per l’acquacoltura e MSC per la pesca selvatica sono utili, ma non equivalgono a un allevamento a impatto zero. Definiscono soglie di miglioramento, non un modello ideale. Per questo alcuni chef preferiscono non passare da nessuna etichetta e rinunciare del tutto al prodotto, se non riescono a ricostruirne la filiera.

Tipo di pesce Origine tipica Punto di attenzione
Salmone atlantico d’allevamento Norvegia, Scozia Gabbie in mare aperto, parassiti, trattamenti chimici
Salmone selvaggio del Pacifico Alaska Prezzo alto, stagionalità, trasporto lungo
Trota d’allevamento Italia, acque dolci Dipende dal tipo di impianto e dalla qualità dell’acqua
Sgombro e sardine Mediterraneo, Atlantico Verificare la pesca sostenibile e le taglie

Le alternative sostenibili al salmone d’allevamento

La scelta più citata dai cuochi è la trota. Allevata in acque dolci e fredde, spesso a valle di sorgenti di montagna, ha una carne rosata e delicata che si presta a crudi, affumicature e cotture leggere. In Italia gli impianti di Trentino, Friuli e Piemonte offrono una filiera corta e controllabile, a differenza di quella del salmone importato.

Chi vuole restare sul salmone può orientarsi verso il salmone selvaggio del Pacifico, in particolare da pesche certificate in Alaska. Costa di più ed è stagionale, ma non richiede mangimi né trattamenti. Per ricreare il gusto grasso e saporito nei piatti, molti chef puntano poi su sgombro, sardine, aringa e coregone dei laghi, che hanno un costo più contenuto e un impatto minore.

Va detto con onestà che anche la trota è acquacoltura e non tutti gli impianti sono uguali. Vasche a circuito con ricircolo dell’acqua, densità moderate e mangimi tracciati fanno la differenza. Sostituire un prodotto industriale con un altro, semplicemente con un nome diverso, non risolve il problema.

Come scegliere il pesce in modo responsabile

Banco pescheria con pesci interi esposti

Non serve diventare esperti per scegliere meglio, al ristorante come al banco del supermercato. Bastano poche domande, che gli chef più attenti fanno ai loro fornitori da anni:

  • Da dove arriva esattamente il pesce e in quale zona è stato allevato o pescato?
  • È allevato o selvatico, e con quale metodo?
  • Esiste una certificazione indipendente riconosciuta, come ASC o MSC?
  • Sono stati usati antibiotici o trattamenti chimici durante l’allevamento?
  • La stagione e la specie sono coerenti con il prezzo proposto?

Anche la lettura dell’etichettatura aiuta: nome scientifico, zona di cattura o paese di allevamento, metodo di produzione. Se le informazioni mancano o restano vaghe, è già una risposta. E se al ristorante il menu non indica l’origine del pesce, chiedere al personale è un diritto, non un’impertinenza.

La lista di questi chef racconta una tendenza più ampia: la cucina si sta interrogando sulla provenienza di ciò che serve. Mangiare salmone ogni tanto non è un peccato, ma sapere cosa c’è dietro un filetto rosa cambia il modo di ordinare, e a volte anche quello di cucinare.

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Claire Roux
Écrit par

Claire Roux

Cuoca di pratica e buon senso
Vive la cucina come pratica del quotidiano e rifiuta le mode effimere. Racconta ricette costruite su principi solidi, ingredienti scelti con consapevolezza, e l'idea di una casa che invecchia bene. Sperimenta metodi tradizionali, ascolta i tempi lunghi, crede nel buon senso prima di tutto.
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